È successo che per giustificare un difetto, un errore o un’incapacità abbiamo iniziato a rifugiarci dietro un’etichetta diagnostica. Talvolta lo abbiamo fatto senza nemmeno prenderci la briga di documentarci sul significato clinico dell’espressione che usiamo ed è per questo che l’uso improprio di una terminologia ci può rendere goffi, ignoranti o addirittura offensivi nei confronti di chi, invece, con quel disagio ci convive per davvero.
Un’abitudine? Un difetto narrativo? Scopriamolo insieme.
Vi ricordate quando è stata la prima volta che avete pensato di avere l’ADHD o che avete sentito qualcuno attribuirsi questa diagnosi?
Ed, esattamente, conoscete il significato di questo acronimo? Lo sapete che ne esiste una versione italiana?
Proviamo a fare un po’ di chiarezza.
Allora l’ADHD è il Deficit di Attenzione e Iperattività, tant’è che l’etichetta diagnostica italiana è proprio DDAI. In inglese, invece, la sua traduzione è ‘Attention Deficit/ Hyperactivity Disorder’ e da qui il relativo e ormai celebre acronimo.
Ma basta davvero riconoscersi una facile distraibilità o la smania disordinata di compiere una sequenza frenetica di azioni per l’autodiagnosi?
Vediamo cosa indica letteratura scientifica di settore, partendo dalle neuroscienze.
La spiegazione neuroscientifica
Anatomicamente il cervello di chi ha un funzionamento deficitario in termini di attenzione, prolungata, focalizzata o di entrambe le tipologie, e di condotte, eccedenti e disregolate, è caratterizzato da una disomogenea distribuzione della materia grigia. Essa si trova nel cervello, precisamente nella neocorteccia, lo strato più superficiale e protetto dalle ossa che compongono la scatola cranica, in profondità, sotto forma di nuclei di organi quali i gangli della base, il talamo e l’amigdala, responsabili delle emozioni, delle percezioni e della motricità, e nel midollo spinale.
L’irregolarità della consistenza della materia grigia, sostanza in cui i neuroni creano connessioni che si traducono in vita, e quindi triggerano le performance, può essere innata, quindi di natura genetica, o dovuta a eventi della vita, come l’insorgenza di condizioni psichiatriche, fattori metabolici, malattie neurodegenerative, e dallo stile di vita.
In questo ultimo caso, possiamo sentirci legittimati ad avvisare un senso di responsabilità, laddove l’alterazione volumetrica della nostra materia grigia trovi la sua causa nella sedentarietà, nel fumo, nell’obesità, nello stress cronico, in una dieta squilibrata, nell’insonnia.
Questi fattori di rischio, infatti, hanno un elevato impatto sull’abilità di processare le informazioni, la cui qualità può pregiudicare significativamente le performance di tutti i giorni.
Quando, allora, la quotidianità è veramente messa a rischio? Come capire se le nostre performance propedeutiche al benessere sono inefficaci perché giustificate da un difetto anatomico?
Chiamiamo in nostro soccorso il gioco del “ce l’ho o non ce l’ho”, come esercizio di autoconsapevolezza, per verificare un eventuale abuso laddove ci stessimo cucendo addosso la diagnosi di ADHD o DDAI, che dir si voglia, oppure per appurare che effettivamente potremmo ricevere da uno specialista la diagnosi clinica suddetta.
I sintomi
Cominciamo con il provare a concentrarci su ciò che stiamo per leggere. Ci costa già un po’ di fatica? Facciamoci caso.
E quanto spesso ci capita di compiere degli errori di distrazioni, a prescindere dall’importanza del contesto di riferimento?
Vi succede frequentemente di lasciare incompleta un’attività perché distratti da altro?
Quanto è probabile che manchiate una scadenza? E che smarriate qualcosa?
Ricordate molteplici episodi durante i quali siete risultati prolissi, irrequieti o impazienti?
Riconoscete la tendenza a rispondere d’impulso e agire istintivamente?
Ora usiamo le risposte a questi quesiti come una bussola con cui orientarsi per valutare se abbiamo o se riconosciamo a qualcuno queste modalità comportamentali, per poi attribuire un valore positivo o negativo.
Per poterlo fare con cognizione di causa, però, occorre tenere conto di una piccola digressione sul concetto di ‘Multitasking’. C’è stata un’epoca, infatti, in cui essere multitasking sembrava fosse imprescindibile per avere una Quality Life eccellente, completa ed equilibrata. Successivamente, però, l’estremizzazione di questa Soft Skills ha prodotto come conseguenza quella di aver travalicato il confine del benessere, approdando nello stigma dell’ADHD, come più diffusamente viene chiamata.
Non è così raro, infatti, trovarsi di fronte a bambini che hanno ‘collezionato’ una serie di diagnosi che fanno pensare a una vera propria epidemia di ‘deficit dell’attenzione’ nella prima infanzia. Così come, sempre più adulti si rivolgono allo psicologo presentandosi come persone con ADHD, auto-diagnosticandosi il disturbo attraverso test trovati sul web.
E allora oggi, noi, cosa possiamo farcene della scoperta di avere alcuni sintomi dell’ADHD o di tutti?
Le soluzioni
Ebbene, poiché la società attuale premia la multisensorialità, mettiamoci all’opera facendo in modo che quello che può sembrare un nemico diventi un punto di forza.
